Intervista a Luciano Pignataro

Da dove nasce l’idea di 50 Top Rosé Italia?
L’idea ha le sue radici in una doppia considerazione. La prima è che si tratta di un settore del vino sempre molto trascurato dalla critica ufficiale italiana. I casi di vini rosati sono pochissimi e nella maggior parte dei casi il rosato non gode ancora di buona fama per via di certe antiche pratiche produttive e commerciali ormai definitivamente scomparse. La seconda considerazione relativa al successo crescente in termini di volume di vendite, dei vini rosati italiani, capaci di coinvolgere anche chi non è appassionato di vino.

Quali sono gli obiettivi di questa guida?
Dire chiaramente al grande pubblico quali sono i migliori rosati italiani restituendo una dignità al genere. Cosa che di fatto sta già avvenendo. In altri campi, ristoranti e pizza, abbiamo verificato che lo stile anglosassone di comunicare attraverso una classifica è immediato, comprensibile, popolare ed efficace. È chiaro che abbiamo l’ambizione di incidere sul mercato, anche perché il vero scopo di una guida dovrebbe essere sempre questo.

Come si sta evolvendo il mondo del vino rosato?
Il rosato si sta evolvendo in modo davvero importante. Non è più un vino di risulta, ma spesso il progetto di un rosato parte dalla vigna, proprio come per i bianchi e per i rossi. Questo atteggiamento è ancora minoritario, ma sono convinto che le cose cambieranno prestissimo.

I rosati francesi provenzali e della Langue D’Oc godono di grande popolarità a livello mondiale, grazie a un’identità fortemente riconoscibile.
I francesi sono da sempre i migliori commercianti del mondo, sanno vendere e vendere bene. Nel caso dei rosati provenzali hanno inventato uno stile, e dunque creato una identità. Un vino ha identità nel momento in cui diventa commerciale, perché è la domanda che impone lo stile di consumo. Il resto è poesia.

Anche l’Italia ha una forte tradizione legata ai rosati, soprattutto in alcune denominazioni.
Sì, non a caso in territorio di grande abbondanza di uva. Come il Garda, l’Abruzzo, la Puglia e la Calabria. In questi territori il rosato ha resistito in questi decenni in cui l’attenzione è stata puntata su bianchi e rossi e adesso è il momento della rivincita. Ma dobbiamo dire che quasi tutte le regioni italiane oggi hanno grandi rosati, fermi e frizzanti e come sempre l’anarchia italiana rappresenta un vantaggio per chi ama esplorare e divertirsi. L’Italia non farà mai un rosato di un solo colore, siamo troppo individualisti anche se modaioli. Ma vedo per esempio che le aziende del Cerasuolo stanno difendendo il loro colore rispetto alla
moda del colore cipolla ramata.

Come vedi il posizionamento dei rosati italiani nel mondo e come vengono percepiti dal consumatore?
La vedo benissimo, i volumi stanno crescendo e si investe molto sulla estetica delle bottiglie e delle etichette. In questo settore non ci sono modelli a cui adeguarsi e la nostra creatività si può esprimere senza freni. Vedo un fermento simile a quello registrato dai rossi negli anni ’90. Il rosato poi non intimidisce chi non ha studiato, è di facile approccio e questa è la chiave del suo successo: una bellezza gustosa!

Nella selezione dei 50 Top Rosè italiani c’è qualcosa c’è vi ha stupiti in modo particolare?
Le due curatrici, Adele Elisabetta Granieri e Chiara Giorleo ci hanno riferito di una crescita generalizzata in tutte le regioni impressionante.

Sembra che oggi l’acquisto di un vino – e in particolare di un rosato – sia estremamente legato a un packaging attraente. Sei d’accordo? Come sta impattando secondo te questo sul mercato?
Assolutamente, e se questo può fare arricciare il naso a chi vive il vino in modo esoterico, direi che è una bella sfida. Da sempre il vino fa lavorare architetti, designer, grafici. Penso sia una buona cosa e che non c’è nulla di male.

Qualche anticipazione su 50 Top Rosè? Avete previsto qualche sviluppo futuro?
La grande ambizione è di creare una classifica europea. Sarebbe la prima volta che degli italiani giudicano i vini degli altri e non viceversa!

Luciano Pignataro, laureato in Filosofia e giornalista professionista, lavora al Mattino dal 1986 dove da anni cura una rubrica sul vino seguendo dal 1994 il grande rilancio della viticoltura e della gastronomia campana e meridionale. Ha vinto il premio Veronelli come miglior
giornalista italiano nel 2008.
È l’ideatore di 50 Top Rosè.

Luciano Pignataro